San Francesco in Valle Brembana
Una storia seminedita della nostra montagna orobica

Un aspetto inedito sulla conoscenza del territorio riguarda il ruolo e l'importanza che alcuni ordini religiosi ebbero nello sviluppo della nostra storia locale. In particolare l'alta montagna è sempre stata esclusa da questa ricerca, anche per la frammentarietà di notizie e per l'attenzione verso aspetti sicuramente più celebrati di zone facilmente accessibili e  documentate. Il lavoro più completo per una conoscenza degli insediamenti monastici nel territorio bergamasco, ha riguardato quello benedettino. Oltre alle classiche ricerche del Centro Studi dell'Ordine, segnalo il primo tentativo di catalogazione sulle dipendenze monastiche che ho condotto tra il 1981 e 1984 all'interno dell'iniziativa "La presenza dei Benedettini a Bergamo e nella Bergamasca", culminata con la mostra del 1982 presso il Centro San Bartolomeo. Insieme agli atti specifici, seguì a questa operazione, un altro lavoro analogo che coinvolse Lecco e il suo Comprensorio, allora non ancora Provincia, sempre con la pubblicazione dei risultati. Per la Provincia di Bergamo fu condotta una specifica ricerca a tappeto nella Valle di Albino e nella bassa pianura Orobica.

Ben diversa invece la situazione di altri Ordini, sicuramente non meno importanti di quello di San Benedetto, come quello Francescano. Considerato piuttosto "eretico", secondo la tradizionale organizzazione, la comunità di Santo Francesco ebbe invece una grande importanza per la dinamicità delle sue iniziative, per il controllo del territorio e per la diffusione del culto del Cristo in croce, anche in zone difficilmente accessibili del territorio, come quelle dell'alta montagna appunto. Ho già spiegato nel recente libro "Lorentino e la chiesa di Santa Brigida d'Irlanda" come proprio i Francescani, stabilitisi a Bergamo nel 1930 in una Chiesa, ora distrutta che apparteneva al Capitolo di Sant' Alessandro, mantennero rapporti diretti con la città e i centri periferici, anche verso la direttiva Bergomun – Comum e di rimando la Valle San Martino, ricca di legnami e alberi da frutto, come i "nosedi". Ancora nelle nostre zone, ma la stessa l'ho raccolta anni fa da un anziano di Mezzoldo, una voce popolare riferisce di "nus e castegne de Lorentì, Sovracornola e Caren..." come paragone di  qualità di questi prodotti. E se ricordiamo che fu proprio un Francescano, come Padre Cristoforo che si aggirava in queste zone per la cerca, non possiamo proprio a fare a meno di pensare che esistevano rapporti diretti tra aree molto più vaste di quelle che oggi possiamo immaginare.

Il grande bisogno di mantenimento dei Monasteri urbani, spingeva i gruppi monastici ad occupare zone che erano lasciate libere da altri più importanti, come i Benedettini appunto e gli Umiliati, proprio perché di difficile accesso. Oltre all'insediamento madre, i Francescani possedevano la Chiesa di S. Maria Incoronata a Martinengo, la Chiesa di San Francesco a Cividino, quella di San Bernardino a Caravaggio e nella frazione di Baccanello a Calusco d'Adda, la Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Così piccoli gruppetti di fraticelli iniziavano a risalire proprio la Valle Brembana, lì dove esisteva una grande e consolidata tradizione della lavorazione del latte e della pastorizia. Anzi è presumibile secondo alcuni studiosi che furono proprio i Francescani, come lo furono in modo ormai acquisito i Benedettini e i Cistercensi poi, a consolidare e mantenere in alcune zone montane l'attività della pastorizia e della produzione dei latticini che passò poi di mano alle famiglie "laiche" che già collaboravano localmente o che avevano seguito dalle zone di provenienza i seguaci del Poverello. Uno dei centri di questa presenza in alta Valle Brembana è stato Mezzoldo, anche per il ruolo strategico giocato da questa località, sia sotto il Ducato di Milano, sia dopo la conquista Veneta delle Valli Bergamasche. L'ubicazione di questa piccola struttura di sussistenza era presso l'attuale "Ca' Bereri". Il nucleo era costituito al massimo da tre legati che rientravano nel monastero cittadino all'approssimarsi dell'inverno.

Di questa presenza rimane ben poco anche perché fu sempre molto contorto e tormentato il rapporto con il clero locale, soprattutto dopo la riorganizzazione voluta da San Carlo Borromeo, che dava al Parroco un potere amministrativo e spirituale pressoché totale. I poverelli infatti sembravano persone fuori dal mondo, quel mondo che il Borromeo temeva, quello delle eresie, dell'uso improprio dei luoghi per le funzioni, della promiscuità con i locali, ma soprattutto della formazione di comunità miste con la presenza anche di donne, come era avvenuto per gli Umiliati poi soppressi. Oltre a qualche toponimo, e fra questi il più significativo è il "Prà Convent" che indica un appezzamento di terreno con attiguo fabbricato rurale situato a quota 1.300 sopra il "Funt en Pé", dove è stato ritrovato un masso coppellato, a Mezzoldo rimane, di questa presenza francescana, la bella crocefissione quattrocentesca, ma di iconografia precedente che identifica nel vecchio nucleo la presenza della piccola comunità. L'altra presenza più importante si trovava a Foppolo dove ancora oggi sono ricordati i toponimi di "Pra" e di località "Convento". Si tratta tra l'altro di un'area conosciuta dalle popolazioni per la qualità dell'alpeggio. Abbandonata nella prima metà del Settecento raccolse probabilmente fin dai primi del Quattrocento gruppi vari di frati Francescani che si alternavano nella produzione del latte e nella sua trasformazione, nonché nel governo degli animali per la produzione di carne, tutte derrate che venivano trasportate poi a Valle per rifornire le diverse comunità, seguendo ovviamente i ritmi e le regole degli alpeggi e delle stagioni. Si pensa che il cosiddetto "maggengo" sia proprio una produzione che ha radici in questi antichi fatti come lo fu tra l'altro per i Benedettini. Durante la lunga fredda stagione invernale, rimaneva a presidio di tutto un frate che viveva in condizioni inimmaginabili, vero e proprio eremita. Gli individui scelti erano quasi sempre di condizione umile, senza voti, addetti ai lavori più duri a servizio della comunità Solamente in primavera si ricongiungeva con i confratelli e veniva rifornito di sale, vino e qunt'altro necessario alla nuova stagione di lavoro.

A Foppolo, una campagna fotografica e di rilievi condotta nel 1988/89 ha messo in evidenza le tracce di queste presenze. Intorno ad un vecchio nucleo quattrocentesco, con stalle voltate per il contenimento termico, il Convento si sviluppò con locali accessori fino al ‘600. Furono ingrandite le finestre verso il sentiero di accesso con l'utilizzo del caratteristico serizzo rosso, simile alla più nota pietra Simona e decorate alcune pareti interne ed esterne. Sulla facciata del "Convento" verso la strada compare una bellissima Madonna "secentesca" in stucco. Sulla sinistra un francescano, "S. Antonio da Padova", sovrapposto ad una figura dipinta ad affresco, rappresentante il Santo serafico d'Assisi. Sulla destra invece una figura femminile orante. Anche in questo caso ci troviamo di fronte alla prova della grande divulgazione che l'Ordine Francescano fece della Madonna, soprattutto con San Bernardino che, come sappiamo, frequentò Bergamo e la bergamasca per molto tempo. Tutto questo a yestimonianza di un mondo ormai scomparso per sempre, fatti inusitati solo per chi non sa "leggere" i messaggi del tempo che solo la montagna sa ancora conservare.

Eugenio Guglielmi.



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